Io e il mio iPhone: l’illusione di una reale intimità

8694125La psicologa del MIT di Boston, Sherry Turkle, nel suo libro Alone Together (Insieme ma soli) analizza il rapporto che intercorre tra le nuove tecnologie, alla base della comunicazione digitale, e la sensazione che abbiamo di essere meno isolati perché costantemente connessi.

Turkle scrive che “gli esseri umani adorano le loro tecnologie di connessione”, le amano come i bambini degli anni ’90 amavano i Tamagotchi e i Furbies che dicevano Ti Amo. La Turkle descrive in dettaglio le nuove patologie dell’era digitale legati all’utilizzo ossessivo dei nostri Digital Device: come leggere l’email, controllare i Social e le App di messaggistica istantanea prima di alzare la testa dal cuscino o prima di addormentarsi la sera, come l’ansia che abbiamo quando la batteria che si sta scaricando, come il bisogno fisico di avere dell’elettricità sempre a portata di mano, o come il fastidio che proviamo quando in zona non c’è copertura di rete. Abbiamo l’ansia di rispondere e l’ansia di vedere se ci rispondono.

blackberry_415Secondo la Turkle, convinti che la connessione ci arricchisca, in realtà diventiamo meno umani perché subordiniamo la nostra esistenza alla rete e alla sua caratteristica di condivisione continua. Una condivisione fittizia di bisogni, di urgenze, di aspettative e impegni. Tutto questo per nascondere che siamo in realtà schiavi delle nostre insicurezze. Eppure vorremmo smettere! Vorremmo riuscire a non condividere la foto di ciò che mangiamo, con una comunità di “amici da social network” che in realtà non conoscono i nemmeno i nostri gusti. Ma non riusciamo, lo facciamo ogni volta, perché “è così che va”…

Un ritorno prepotente di un narcisismo tipico di tutte “quelle personalità così fragili da necessitare di frequenti conferme e costante supporto”. Non ci accorgiamo che condividere tutto con tutti è in realtà condividere niente con nessuno: come quando commentiamo, in tempo reale, l’ultima puntata della nostra Serie Tv preferita sulla pagina ufficiale Facebook che conta milioni di utenti, ma in realtà siamo soli sul divano di casa.  
184540-thumb-full-marc_maron_the_social_media_geneLa Turkle scrive che “la robotica e la connettività sono complementari: ci conducono inesorabilmente al ritiro relazionale. Con i robot sociali siamo soli, ma ci illudiamo di essere insieme”.  La connessione continua ha creato una forma di “stare insieme” talmente vuota e limitata che in realtà ci rende sempre più soli. I nostri smarphone ci portano a creare delle relazioni con gli altri come se questi fossero semplicemente un profilo a cui “accedere” per usufruire delle parti più divertenti della sua vita. La Turkle cerca di spiegarci come le nuove tecnologie della comunicazione hanno – certo annullato le distanze rendendoci cittadini di quel famoso “villaggio globale” – ma ci hanno anche fatto perdere di vista il nostro spazio reale, il nostro hic et nunc: “oggi ci ritroviamo in spazi pubblici senza nemmeno interagire. Ognuno è incollato al proprio dispositivo mobile, un dispositivo che funziona come portale di accesso ad altre persone, ad altri luoghi“.

The-Social-Media-Generation-La Turkle riporta, alla fine del saggio, le interviste a persone che (come la maggior parte di noi) dormono con i loro iPhone sotto il cuscino, che non esistono se non twittano ogni attimo della giornata, quelle persone che “non si sta insieme se prima non si dice a Facebook: sono qui”, quelle ormai terrorizzate dal conversare faccia a faccia, ma solo al telefono; quelle persone che rispondono ai messaggi mentre sono alla guida e quelle che chiedono a Siri il senso della vita.  

Dovremmo imparare nuovamente a godere così tanto dei momenti della nostra vita reale da non sentire l’urgenza di condividerla continuamente. Quei momenti sono reali, ci coinvolgono a più livelli cognitivi ed profondità e fascino che abbiamo ormai dimenticato. Dovremmo ricordare che il faccia a faccia è diverso da Facetime, ricordare che persona in carne ed ossa è diversa da una foto.

tecnologiaDovremmo semplicemente ritornare ad essere persone; non mail, file, indirizzi IP, Like, commenti ed emoticon. Siamo fatti di gesti teneri e violenti, di rossori sul volto quando ci imbarazziamo o innamoriamo, di pelle da accarezzare quado facciamo l’amore, di abiti profumati, di voci lievi e scostanti, di lacrime e risate. Condividiamo fisicamente – nella realtà del qui ed ora – quello che si sta vivendo, magari stando zitti, senza esprimere opinioni, senza vantarsi di nulla.

Tacendo.

Guardando.

Spegnendo.

Scollegando.

Suania

-Sherry Turkle, “Alone Together” – nella versione italiana: “Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri” traduzione di Bourlot, L. Lilli –  Codice Edizioni.

– Huffington Post Italia

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