L’esoterismo nelle opere di Dante Alighieri.

logo-Dante-jpg.La parola italiana «esoterico» in greco esoterikòs proviene da esòteros che significa «interiore, intimo» che a sua volta deriva da èso=dentro. Esoterico era l’insegnamento impartito ai discepoli di alcune scuole filosofiche (soprattutto il Pitagorismo) e si trattava di un sapere intimo e segreto, che per sua natura non doveva essere reso pubblico. La leggenda vuole che un seguace della scuola pitagorica fosse ucciso per aver divulgato la scoperta dei numeri irrazionali, che sembrava far cadere l’idea di una matematica armoniosa. La filosofia antica, come ha scritto Aristotele nell’Etica Nicomachea, non mirava a una semplice «saggezza» relativa a cose mutevoli e contingenti, ma a una suprema «sapienza», come contemplazione delle cose eterne. Non tutti potevano accedere a questi livelli di conoscenza superiore, e quindi, non da egoistico esclusivismo ma da autentica preoccupazione pedagogica e sociale, deriva l’esigenza di trasmettere solo a discepoli scelti e con estrema prudenza, il sapere ultimo del maestro, il quale – per dirla come Omero – non deve «buttare le proprie parole» (Iliade, II, 361), ma deve far in modo che queste arrivino a persone capaci di assumersi le responsabilità che la conoscenza del vero comporta. Nel Medioevo l’esoterismo modifica solo di poco tale concezione: il sapere esoterico non è più trasmesso oralmente, ma utilizza una sorta di codice che fa da filtro ai lettori comuni, e che gli adepti riescono a comprendere. Mentre tutti gli altri crederanno d’aver capito, invece non capiranno: è questo il caso dell’alchimia, dell’astrologia, e anche di arti figurative come ad esempio le sculture delle cattedrali gotiche, a proposito delle quali Fulcanelli, in opere come Le Dimore Filosofali e Il Mistero delle Cattedrali, sostiene che il termine «arte gotica» non deriva affatto dall’antico popolo dei Goti, bensì da argot, un linguaggio segreto destinato ai soli iniziati.

Nel nostro caso specifico: nell’epistola a Cangrande della Scala, Dante Alighieri, informa il lettore sui vari sensi attraverso i quali si può interpretare la Divina Commedia. Il primo senso è quello letterale, l’altro può essere allegorico, morale o anagogico. Il soggetto dell’opera cambia a seconda dell’interpretazione che vogliamo trarne: preso solo letteralmente il poema tratta semplicemente lo stato delle anime dopo la morte, se invece si legge allegoricamente (allegoria deriva dal greco alleon che in latino si dice alienum o diversum) il soggetto diventa l’uomo, il quale meritando o demeritando, a causa della libertà d’arbitrio concessa in vita, è soggetto alla giustizia divina sia per il premio sia per il castigo. La stessa struttura polisemica è presente in altre opere di Dante, che personalmente non amo etichettare come minori, a cominciare dalla Vita Nova, che è tutta un succedersi di visioni, sogni, presagi e rivelazioni, e quindi impregnata di senso allegorico. Già i primi commentatori di Dante ebbero l’intuizione di trovarsi di fronte ad una poesia che non diceva tutto; partendo dalla figura di Beatrice molti iniziarono a chiedersi chi fosse davvero questa donna che attraversa tutto il libello per poi trionfare negli ultimi canti del Paradiso. Donna reale o simbolica? Questa è la domanda posta da quei commentatori che hanno sempre cercato il vero senso della poesia criptica di Dante: partendo dal Boccaccio, il quale ha molto insistito sull’identificazione della Beatrice di Dante con Bice Portinari, figlia di Folco Pontinari. Boccaccio, secondo Luigi Valli, fu anch’egli settario come testimonierebbero alcune sue novelle e soprattutto la novella di Tedaldo degli Elisei, (dietro il quale avrebbe mascherato Dante).

Il-Mistero-di-Dante-regia-di-Louis-Nero_Marte1L’incontro con un certo Pietro, nativo di Siena e famoso religioso, aveva terrorizzato Boccaccio; questo l’aveva invitato a rinunciare alla poesia, (e non al peccaminoso Decamerone, si noti bene) perché evidentemente aveva intuito il loro senso secondo. Boccaccio, a conoscenza del vero celato nella poesia del sommo poeta, probabilmente decise di diffondere l’idea che quella stessa poesia fosse semplice ciò che si legge, per salvarla in qualche modo dall’occhio vigile dell’Inquisizione. Francesco Buti, nel commento alla Commedia elaborato alla fine del Trecento, non solo nega che Beatrice sia la Portinari, ma che sia una donna reale, e lo stesso Pietro di Dante, non fa riferimento alla Portinari nella prima redazione del suo commento nel 1340, ma solo nella terza, evidentemente utilizzando la stessa tattica del Boccaccio. Francesco Filelfo (1400) come il Buti, nega la fisicità di Beatrice e sembra piuttosto suggerire che sia un simbolo criptico, un’idea che sarà ripresa dal Rossetti. Questo per evidenziare che non solo gli intellettuali ottocenteschi influenzati in quale modo dal Romanticismo, ma anche i primi commentatori non sembrano accettare l’idea che Dante narrasse semplicemente l’amore per una donna, incontrata all’età di nove anni.

Francesco Petrarca (1304-1374) ebbe una posizione del tutto opposta a quella del Boccaccio, e gli umanisti seguirono la sua scia: in questo senso essi espressero giudizi poco lusinghieri su Dante, ritenuto poco raffinato. Anche il Seicento fu un secolo avverso a Dante, soprattutto perché influenzato dalla cultura umanistica, il poeta Carlo Innocenzo Frugoni (1692-1768) ad esempio, diceva di stimare di più un qualsivoglia sonetto a lui contemporaneo o un’ottava dell’Ariosto, di tutta la Commedia. Il Settecento non registra cambiamenti di rilievo; e d’altra parte la mentalità razionalistica di cui era permeato era decisamente poco adatta alla comprensione profonda dell’opera dantesca.

01Al di là dell’interpretazione razionalistica, occorre ricordare che nel 1723 Anton Maria Biscioni, nei suoi Studi Danteschi torna a negare la fisicità di Beatrice e ne fa un simbolo di sapienza, paragonabile alla Sapienza di Salomone. Sarà Gabriele Rossetti (1783-1854), carbonaro e Rosacroce che per primo interpreta in maniera allegorica le problematiche relative a Beatrice a tutto il Dolce Stil Novo. I suoi studi sono raccolti nei Ragionamenti sulla Beatrice di Dante e nel Commento Analitico alla Divina Commedia, pubblicati, a proprie spese, a Londra perché esule da Napoli dopo i moti del 1821, in queste opere sostiene l’appartenenza di Dante ai Fedeli d’Amore, il cui fine era riformare la Chiesa in senso ghibellino ed antipapale. Rossetti vuole dimostrare che, al tempo di Dante, esisteva fra il popolo e le persone colte uno spirito d’opposizione al clero che gli Stilnovisti, e successivamente anche Petrarca e Boccaccio, condividevano a pieno. Tuttavia, la durezza con cui la Chiesa perseguitava gli oppositori, la cui massima espressione fu l’eccidio della crociata contro gli Albigesi del 1208-29, aveva indotto una maggiore prudenza negli oppositori del papato; e – come la storia ci insegna – la repressione porta alla nascita organizzazioni segrete. Da qui, la necessità di un linguaggio criptico, allegorico e anagogico che potesse esser inteso dagli affiliati e sfuggire all’Inquisizione. Insomma, Dante cercava, con la sua opera, di favorire un potente rinnovamento della Chiesa Cattolica. L’idea era condivisa dai Fedeli d’Amore (e dai trovatori provenzaliprima di loro), i quali servendosi di un lessico particolare, chiamato La Gaia Scienza e simulando l’amore platonico verso donne angeliche, avevano fatto propria la tradizione di un’antica sapienza occulta risalente ad Egizi e Greci, proseguita dai manichei, dai patarini, e dai poeti siciliani alla corte di Federico II. Per il Rossetti, dunque, Beatrice coincide con la Filosofia e Dante nella Commedia esprime una filosofia essenzialmente pitagorica, ma la sua interpretazione esaltava l’esegesi in modo capillare: dai versi, alle parole, alle singole sillabe, esponendosi così al giudizio negativo della critica ufficiale. Tuttavia, supportando le proprie convinzioni, dedicò a questo studio quasi l’intera vita.

Le idee del Rossetti non muoiono con lui nel 1854, perché nella seconda metà del XIX secolo Paolo Perez pubblica Beatrice Svelata che riprende molte tesi care all’interpretazione esoterica di Dante e soprattutto la coincidenza di Beatrice con la Sapienza Salomonica, ma nonostante la sua posizione di deputato, ministro e senatore del Regno d’Italia, non riuscì ad aprire una breccia negli ambienti del dantismo più tradizionale. Tale fu il tentativo di Pascoli che pubblicò Minerva Oscura (1898), Sotto il velame (1900), La mirabile visione (1902), un vasto tentativo esegetico dell’opera di Dante dal quale il poeta romagnolo si aspettava riconoscimenti che mai arrivarono.

Discepolo del Pascoli fu Luigi Valli, il quale riprese la lettura esoterica dell’opera di Dante iniziata dal Foscolo e culminata con Rossetti, Perez e lo stesso Pascoli, questa volta non in chiave eterodossa, neopitagorica, ghibellina come i predecessori, ma in chiave cattolica. Nelle sue opere: L’allegoria di Dante secondo Giovanni Pascoli (1922), Il segreto della Croce e dell’Aquila nella Divina Commedia (1922), La chiave della Divina Commedia (1925), Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore (2 voll., 1928-30), La struttura morale dell’universo dantesco (1935, postuma), riprende la tesi dell’appartenenza di Dante alla setta dei Fedeli d’Amore; la natura puramente simbolica di Beatrice, rappresentante la Sapienza mistica del Cantico dei Cantici; la funzione salvifica della Croce (= Chiesa) e dell’Aquila (=Impero), di cui è scopo la sapienza santa, nei due campi della vita attiva: quella spirituale e contemplativa. Duramente contrastate dagli ambienti accademici ufficiali, e particolarmente da Natalino Sapegno, le tesi del Valli non ebbero miglior fortuna di quelle del suo maestro. 

Fra gli studiosi del ‘900, bisogna ricordare un grande esperto di filosofia orientale ed esoterica, il francese Réné Guénon (1886-1951), che nel suo saggio, L’esoterismo di Dante, pubblicato per la prima volta nel 1925, accentua l’interpretazione allegorica e anagogica di Dante, mettendola in relazione con diverse tradizioni esoteriche e, in particolare, col templarismo. 

Dopo questo rapido excursus attraverso la storia degli studi sull’esoterismo di Dante, bisogna ammettere che il pensiero del poeta, una volta istituzionalizzato, ha subìto un progressivo processo di normalizzazione, mediante la rimozione di quegli aspetti che possono fare maggiormente scandalo o mettere in crisi alcune nostre certezze. Dante, già in vita (non dimentichiamolo mai) fu un personaggio scomodo, e non solamente perché volle scrivere il suo capolavoro nell’italiano volgare, ma proprio per il suo pensiero politico e religioso. Dante fu, se non attivamente, ma di certo ideologicamente un eretico, e conviene ricordare che La Monarchia, condannata sotto Giovanni XXII, fu tolta dall’Index librorum prohibitorum solo nel 1881, e nel frattempo rischiò di essere perduta, perché molte copie erano state sequestrate e date alle fiamme. Rifiutare di ammettere che in mezzo al divampare di roghi e sotto il dominio ferreo della Chiesa, uomini come Dante abbiano potuto usare un gergo segreto per la trasmissione di idee che se scoperte gli avrebbero procurato la morte, solo perché oggi il gergo segreto e riunioni settarie sono adoperate per ragioni meno nobili di quelle di Dante, è sciocco e non si addice alla memoria di un poeta che è stato, non solo la voce culturale del suo tempo, ma della storia dell’Italia tutta.

«Conoscere e descrivere la mente di Dante sarà mai possibile? Egli eclissa nella profondità del suo pensiero: volontariamente eclissa». Questa frase del Pascoli riassume in modo eccellente tutto il filone della critica esoterica di Dante, e ha sempre suscitato in me molti quesiti.

Introduzione tesi di Suania Acampa

BIBLIOGRAFIA

– D.Alighieri, Vita Nova, Milano, Garzanti Libri, 2001.

– D.Alighieri , Convivio, Milano, Bur Biblioteca Univ.Rizzoli, 1993.

– D.Alighieri, Divina Commedia, Roma, Angelo Signorelli Editore,1993.

– D.Alighieri, De Vulgari Eloquentia, Milano, Garzanti Libri, 2008.

– G. Rossetti, La Beatrice di Dante. Ragionamenti Critici, Londra, pubblicato a spese dell’autore, 1842.

– L.Valli, Il Linguaggio Segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore, ristampa dell’originale, Regello, Firenze Libri, 2008.

– R.Guénon, L’esoterismo di Dante, Milano, Adelphi, 2011.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...